mercoledì 29 maggio 2013

Il Labirinto di Lexotan (incipit)

Il Labirinto di Lexotan

Oggi il mare si respira anche nelle strade più lontane dal porto.
Il sale appanna gli occhiali, secca i volti spigolosi, annebbia i pensieri.
Gli odori di via San Luca, che sanno di Mediterraneo, di Oltreoceano e di piscio misto a segatura, mi tengono compagnia mentre scendo verso Pre’.
Fischietto tra me e me una stupida canzone senza pretese, che mi si e’ appiccicata sulla lingua e tengo le mani in tasca.
Guardo a terra, come sempre: meglio evitare rogne e perdite di tempo.
Mi fermo un attimo davanti alle vetrine dello “svizzero” a guardare l’armamentario per il piercing e sorrido pensando a quanti buchi mi son fatto nella vita, sull’anima, e infine entro nel casino accogliente del Fossatello.
Lui e’ li che mi aspetta, secondo i patti, davanti alla vetrina del negozio di telefoni. Mi sorride. Indossa un bel cappotto blu e porta occhiali senza montatura. Sembra un uomo felice, realizzato. Appare sereno.
Tutto al contrario di me.
Eppure siamo la stessa persona. Solo che io sono morto cinque anni fa.
Ci stringiamo la mano. Sembra impossibile, ma ci stringiamo la mano.
Un uomo che stringe la mano al “se stesso” morto cinque anni prima.
Eppure le nostre mani forti si serrano, scambiano muscolosi scricchiolii di nocche, flettono i polsi scuotendosi su e giù ed infine si sfiorano, nel lasciarsi, quasi neanche loro credessero possibile quel contatto.
Lui porta ancora quell’anello d’acciaio a forma di teschio, che stonava clamorosamente con l’aspetto distinto e la sua professione.
Lo guardo negli occhi e lui mi dice: “Non riesco a credere che ciò sia possibile…hai veramente letto il messaggio…incredibile”.
Poi alle mie spalle un suono pungente e regolare richiama la sua attenzione.
Si trasforma in una nuvola di polvere e svanisce.
Svanisce il negozio dei telefoni, il Fossatello, tutto…
La sveglia.
Anche stanotte il solito incubo.
(continua...)




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