lunedì 29 aprile 2013

Prologo - Parte Prima (aggratis)

Prologo – Parte Prima

L’ambiente buio e umido, appena rischiarato da una fila di fiammelle tremolanti sistemate a terra con metodico ordine. L’aria viziata e grave rende il luogo opprimente.
Sotto una volta di mattoni bruniti dalla fuliggine, una figura immobile, seduta a terra con le gambe incrociate nell’antica posizione del Loto, pare meditare severa.
Il corpo è avvolto in un grezzo saio di corda, il capo nascosto da un goffo copricapo.
Davanti ad essa un basso tavolino di legno. Antichi, e consunti paiono essere i simboli intagliati sui bordi e sulle tozze gambe.
Sulla spoglia tavola solo un piccolo anonimo astuccio rettangolare. Chiuso.
Una leggera vibrazione colma l’antro, diffondendo con sé fonemi arcani che paiono provenire da un altro tempo, da un altro luogo.

Il momento è giunto.
Interamente assorbito nel compiere la liturgia, l’individuo sembra ora ridestarsi.
I muscoli, fino allora immobili, si rianimano.
Tendini e nervi tornano a sciogliersi vincendo l’inerzia che li soggiogava.
Il sangue ritorna a percorrere vie ormai asciutte.
Il cuore riprende battiti normali.
Occorrono lunghi e dolorosi istanti affinché torni completamente padrone di sé stesso.
Con lenti e sicuri movimenti afferra l’antico astuccio. Protendendo le braccia in avanti, lo solleva in equilibrio sulle delicate palme. Rimane così, rigidamente bloccato, per un tempo che pare essere eterno.
Nuovi gutturali idiomi riempiono di sottili vibrazioni l’ambiente.
Le fiammelle baluginano nutrendosi del riverbero sonoro.
Infine, mantenendo fermo l’astuccio sul palmo destro, lo apre, spargen-done il contenuto: sottili steli di millefoglie, cinquanta per l’esattezza, invadono disordinatamente la vetusta tavola.
Con metodica semplicità. la figura avvolta nel grezzo saio posa l’astuccio riponendovi subito uno stelo preso a caso dal mucchio.
Quindi, ripetendo le parole di un arcano mantra, divide i rimanenti in due mucchietti asimmetrici.
Per un attimo si blocca, quasi a soppesare le conseguenze di scelte imponderabili.
Poi con gesto sicuro afferra uno stelo dal mucchietto di destra portandolo tra l’anulare e il mignolo della mano sinistra. Quindi muove con maestria gli steli di millefoglie da una mano all'altra, fino a ottenere un risultato: la prima linea. L'inizio.
Non ha bisogno di annotare l’esito.
Davanti a lui, sospesa, una linea unita prende vita con uno sfarfallio fluorescente.
Prima di proseguire valuta le ripercussioni conseguenti a quel primo risultato, considerando che ciò esclude metà delle possibili combinazioni esistenti.
Un attimo, una debolezza. Poco dopo, riunendo gli steli, riprende l’antico rituale.

Poco dopo, terminato l’arcano cerimoniale, sei sono le linee fluorescenti che immobili fluttuano a mezz’aria magicamente. Il silenzio nell’ambiente è assoluto, il tempo sospeso.

“Sei linee unite.”

Dice una voce maschile.

“Sei linee che si spezzano.”

Dice una voce femminile.

Un turbine, una vertigine, e fu il Principio.

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