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domenica 2 giugno 2013

Quel maledetto semaforo...



Quando incrocio gli occhi di NerA il mondo si ferma.

Li sfido. La sfido. Mi sfida.

La guardo mentre si avvicina dando vita ad una duello che, inevitabilmente, perdo. Abbasso lo sguardo mesto, mentre lei saetta via, vincitrice. E la battaglia si ripete inesorabilmente il giorno successivo. Da tre lunghi anni ormai. Fino a poco tempo fa tutto questo bastava per popolare i miei sogni notturni con atti eroici ripagati da deliqui nero corvino. Fino a poco tempo fa appunto. Nell’ultimo periodo, infatti, complice il mio menage matrimoniale arrugginito, mi sono fatto più coraggioso. Beh, insomma, per quanto possa essere coraggioso un timido cronico…
Così ho cominciato a studiare con più attenzione orari e spostamenti, nel malcelato tentativo di rendere “normale” il nostro incontrasi lungo il rettilineo che porta alla stazione. Io scendo dalla collina di San Teodoro lei arriva dal centro storico uscendo dalla stazione del metrò di Principe. Sempre alla stessa ora. Tutto semplice in apparenza. Purtroppo timidezza, insicurezza e sfortuna cronica lavorano incessanti per mettermi i bastoni tra le ruote.
La timidezza è quella che ti taglia gambe e fiato proprio quando meno te l’aspetti. E tu rimani lì, come un ebete, a guardarla senza neanche riuscire a spiaccicare una parola di senso compiuto.
L’insicurezza è quella che, in modo più subdolo, ti mina dentro, costringendoti alla resa anche quando sei a pochi passi dal traguardo.
La sfortuna è quella che… Beh, quella non ha bisogno di presentazioni, la conosciamo tutti: ci vede benissimo e non va mai in ferie. Neanche a farlo apposta e, indipendentemente da quanti sforzi io faccia, qualcosa va sempre storto. Irrimediabilmente storto. Ad esempio uno dei due è troppo in anticipo o viceversa troppo in ritardo. Quando il sincronismo sfiora la perfezione ecco il semaforo - quel maledetto semaforo - che lei utilizza per attraversare la strada. Pare governato da un giullare burlone. Se sono in ritardo scatta verde per i pedoni e lei mi scappa, se sono in anticipo si blocca sul rosso, inchiodando Nera al marciapiede opposto per interminabili minuti. Ma non c’è solo lui… a volte lei chiacchiera con qualcuno, altre ascolta musica a palla, altre sno io ad essere vittima di chi, come me, pendola giornalmente verso la triste piattura padana. Sul treno poi ogni approccio è impossibile. Lei, solitaria cronica, spesso arrivava a barricarsi all’interno degli scompartimenti per evitare contatti. Io vittima di un gruppo di medici, universitari e altri professionisti che, inclini al chiacchiericcio smodato, mi coinvolgono, mio malgrado, in ricche e articolate discussioni mattutine su casi clinici, neoplasie, studi sul Macrobenthos, usi e costumi delle Daphnie Magne ed altre amenità simili.
Così abbattuto e frustrato da questo stillicidio mattutino non mi rimane che sbirciarla, ululando triste e malinconico alla mia infausta luna.
to be coninued....


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di @Aure1970 "Maialeimmaginario


martedì 28 maggio 2013



Mi infilo le scarpe senza slacciare le stringhe per far prima. Afferro la giacca e mi precipito verso la porta. In realtà non sono in ritardo per il mio stramaledetto treno; no, non è quella la mia preoccupazione. La ragione è un'altra, quasi inconfessabile. Una ragazza. Misteriosa e solitaria. Non bella, ma decisamente affascinante. Nera. Così l’ho soprannominata, in mancanza del suo vero nome. Già, Nera.

Nera, per il suo colore preferito.
Nera, per il taglio corvino dei suoi lunghi e soffici capelli.
Nera, per i suoi occhi caldi e profondi, quasi esotici.

Nera, dunque, perché ai miei occhi appare come una splendida e intrigante dark lady. Da anni dividiamo gioie e dolori del pendolarismo ma nulla di più. Qualche timido saluto. Un sorrisino. Un commento acido per un treno in ritardo ma nulla più. Spesso mi sono sorpreso, anche in tempi non sospetti, a indugiare su di lei. All’inizio è stato un gioco, un passatempo da pendolare. Poi, pian piano, è divenuto qualcosa di più grande e incontrollabile. Fingendo di ignorarla con la coda dell’occhio, ho cominciato a studiarne movenze, vagliato abitudini, verificato punti in comune, carpito scollature e scandagliato curve. Ho fiutato il suo profumo. Ho ascoltato la sua voce mentre parlava al telefono o con un’amica. Ho scrutato le sue dita timoroso di trovare anelli che testimoniassero un fidanzamento o ancor peggio un matrimonio. Tutto con la malcelata speranza, a oggi vana, di far breccia nella sua inattaccabile diga di confidenze sociali. Niente da fare. Altera e regale nelle sue movenze, parca di confidenze, con una faccia fissa di fastidio e quell’espressione tipica che si ritrova spesso tra le donne di danaroso lignaggio. Eppure pare provocarmi sfilando tutte le sante mattine sotto il mio naso. Sguardo avanti, naso all’insù e passo da modella lungo il sonnolento marciapiede che porta fino alla stazione. Rare volte è capitato di trovarmi a tu per tu con lei e, quelle poche, è sempre stato un fallimento. Mai un saluto spontaneo, talvolta un cenno appannato, raramente un sorriso. Mi sono illuso confondendo banali sguardi assonnati per improbabili ammiccamenti, ritornando subito alla realtà grazie a austeri silenzi o saluti mal ricambiati.
Così ho proseguito giorno dopo giorno, oscillando tra il pessimismo cosmico e i sogni più sfrenati del miglior Paolo Coniglio di “Sogni mostruosamente proibiti”. Indeciso e timido tergiverso continuamente, per timore di scoprire che la carta che ho pescato dal mazzo è solo un misero due di picche, e, come il gatto di Schrödinger, ho finito per navigare in una duplice realtà, diviso tra un futuro grigio in cui io e Nera non avremo mai una relazione e una dove invece tutti i miei sogni si concretizzeranno.

Chissà…



Questo piccolo brano è un estratto tratto dai primi capitoli di Mutamenti

Questo post (per gentile concessione di @Aure1970) compare anche sul Blog Maialeimmaginario

giovedì 23 maggio 2013

Di tagli, ferite e insetti volanti


Poco fa, scrivendo al pc, ho notato una grossa ape che volava fuori dalle vetrate del mio ufficio.
Sensibile e predisposto come sono alle distrazioni, ho immediatamente rarefatto il ticchettio sui tasti per dedicarmi ad una serie di pensieri fini a se stessi e orbitanti tutti attorno all’insetto bicolore.
Ho innanzitutto pensato al fatto che l’ape in questione deve avere un amico coleottero, che è morto in un qualche vaso lontano e che lei non lo sà. Per questo vola così spensierata davanti a me. L’ignoranza, in certi casi, è una benedizione, mi dico.
Dopo qualche secondo l’ape sparisce dalla mia visuale, lasciandomi a guardare le soffici, immense nubi bianche che mi pascolano davanti, come un immenso gregge di vaporosi ovini volanti. Segno che quella puttana della Primavera ci prende per il culo pure oggi.
A Nord-Ovest il cielo è nero, fanculo, e questo vuol dire una cosa sola, cara la mia ape: quest’anno di ciliege buone non ce ne saranno.
Prendo un foglio bianco, un pennarello blu e scrivo l’ultima parola che il coleottero ha pensato prima di soccombere sotto un pugno di neve fuori stagione.
Gioco con le forbici a tagliare le parole, come se fossero i piccioli delle ciliege, ma mi taglio un dito. Poi una falange.
Poi, con pazienza, mi riduco in minuscoli coriandoli di umano, grandi come un’ape.
Mi chiedo allora se sono fatto di coriandoli oppure di ferite, se il dolore che non sento è normale, se mi sto guardando allo specchio (e quindi volo) o se sono in un vaso, tra la terra e la neve.
Inizia a piovere.
La tastiera del pc ricomincia a ticchettare.

Twitter:  @Aure1970 

sabato 18 maggio 2013

Maiale immaginario

"Uno sguardo distratto vi darebbe l’impressione di una donna alta, elegante, seduta in sala d’aspetto, che fissa con sguardo vuoto il pavimento del corridoio, dove sfrecciano a centinaia, nelle due direzioni, i piedi ed i trolley dei viaggiatori che popolano Fiumicino.
Lo sguardo distratto non sbaglierebbe di molto. Nel suo tailleur nero e sul suo tacco 12 c’è una donna che fissa il pavimento del corridoio, ma il suo sguardo non è vuoto, ma rassegnato.
Passa un uomo col cartello scritto a penna “Grande Orazio”, che non si capisce se è una esortazione o un dato anagrafico, squadra la donna, le sue gambe, i capelli biondi, cerca di captare il suo sguardo, i suoi occhi verdi.
Hanno appena pianto quegli occhi così belli, di un pianto doppiamente liberatorio, perché l’ha scaricata dal dolore e perché finalmente si è liberata del suo grande amore.
Un enorme gruppo di turisti obesi e vestiti troppo leggeri, per il tempo che c’e’ qua, segue un improbabile antenna che sventola un microscopico drappo verde oro, carichi di valigie come se dovessero stare due mesi a Roma, invece che una settimana..."

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